Città interculturali. Sempre più i centri italiani che fanno scuola di Paola Guarnieri
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Tra le strade da battere per aprire nuove opportunità di crescita e superamento della crisi c'è quella della diversità. Diversità intesa come dialogo fra culture e punti di vista diversi, integrazione e valorizzazione delle differenze. Da qui la rapida espansione del Network europeo delle città del dialogo, una rete nata nel 2007 che unisce venti centri europei tra cui, unica italiana, Reggio Emilia.
"Una città piccola che fa cose grandi - ammette Franco Corradini, assessore coesione e sicurezza sociale di Reggio Emilia (foto) - che ha guadagnato il titolo di città italiana con la più alta percentuale di cittadini stranieri residenti, pari al 17%."
Una situazione che, contrariamente ai messaggi che arrivano da certa classe politica al potere, ha portato innegabili vantaggi alla cittadinanza.
"Abbiamo riscontrato che a Reggio Emilia c'è un rapido invecchiamento della popolazione - ci spiega Corradini - sono 32mila le persone con più di 65 anni e 16mila quelle con più di 75 anni. Dobbiamo però ammettere che grazie ai cittadini stranieri c'è un incremento delle nascite e della fascia di età da 0 a 16 anni. Nel 2011 almeno un terzo dei nuovi nati aveva almeno un genitore di origine straniera. È chiaro che il cambiamento sociale è epocale e va gestito al meglio, sta a noi decidere se vogliamo le babygang oppure scuole che funzionano con ragazzi che si mettono in gioco e costruiscono impresa e cultura".
Proprio a Reggio Emilia è nato un anno fa il Network italiano delle città del dialogo, appendice nazionale della rete europea, formato inizialmente da 10 città e destinato in questi giorni ad allargarsi.
"Presto entreranno a far parte del Network città come Milano, Forlì, Arezzo, ma anche centri più piccoli come Castelvetro e Fucecchio. L'idea è quella di dare visibilità alle buone pratiche che questi centri realizzano a dimostrare come la convivenza tra culture diverse comporti sempre situazioni critiche che vanno però affrontate e risolte con la partecipazione dei cittadini, quindi con l'assunzione di responsabilità da parte di tutti".
Numerose le buone pratiche avviate da tempo nelle città italiane, a partire da Torino premiata per la politica di mediazione dei conflitti, Savignano sul Rubicone che conta una percentuale di stranieri pari al 14% della popolazione e che si è distinta per aver divulgato nei quartieri le regole della buona convivenza, impostando la reciproca conoscenza tra i nuovi cittadini e gli autoctoni attraverso incontri regolari; Senigallia dove gli immigrati godono di un'ottima assistenza del sistema sanitario, Genova molto attenta alle seconde generazioni e Campi Bisenzio prima città italiana ad eleggere un assessore di origine cinese.
"Non abbiamo un modello di integrazione da applicare, vogliamo semplicemente mettere in contatto le diverse culture presenti e farle lavorare insieme. L'intero paese può trarre benefici economici, sociali e culturali da queste buone pratiche".














