Il bello di sentirsi europei ai tempi della rete
Ha già portato a casa il Gran Premio al Torino Film Festival (primo titolo italiano in 27 edizioni) e il Premio Fipresci della stampa internazionale. È stato presentato in concorso alla Berlinale (fino a domenica 21) e dal 18 al 30 marzo concorrerà alla rassegna Cinema du réel al Centre Pompidou di Parigi. Solo a guardare il curriculum della La bocca del Lupo si riaccende la speranza che il cinema italiano possa tornare agli antichi splendori.
Regista di questo coraggioso affresco della Genova dei nostri tempi dai toni neorealisti e dai temi azzardati è Pietro Marcello, casertano di 34 anni già regista del documentario Il passaggio della linea. realizzato con un budjet di centomila euro, voluto fortemente dalla Fondazione dei padri gesuiti San Marcellino di Genova, il film narra la storia d'amore tra un emigrante appena uscito dal carcere e un trans detenuto per droga. Blogosfere ha intervistato il regista Pietro Marcello:
Il film La bocca del Lupo racconta una storia d'amore e parallelamente raccontala storia della città di Genova, quindi una storia pubblica e una storia privata.
Una storia che riguarda gli ultimi. Che cosa voleva raccontare di questa storia?
Ho raccontato una storia vera perché son venuto a conoscenza di questa vicenda unica secondo me anche perché ci dice che l'amore è possibile anche nella diversità. Parliamo di Enzo e Mary le cui vite sono state piene di sofferenza. Mary ha avuto un'infanzia ricca, una buona istruzione fino a quando ha scoperto la sua sessualità che non era accettata dalla famiglia. Compiuti i diciotto anni è scappata a Genova dove si erano formate le prime comunità di transessuali. Enzo ha un'infanzia completamente diversa, è arrivato a Genova che aveva due anni, è cresciuto nei caruggi, il padre era un contrabbandiere e da lì è iniziata la carcerazione, la vita di strada.
Cosa tiene insieme queste due vite disperate?
L'amore e la voglia di difendersi uno con l'altro.
Attorno ai due protagonisti si muove una Genova un po' oscura. Che mondo è e chi sono gli abitanti di questo mondo?
Sicuramente la marginalità, quell'invisibile che nessuno vuole vedere.
Perché ha scelto Genova?
Veramente non sono stato io a scegliere Genova ma Genova ha scelto me. Questo film è stato voluto dalla Fondazione San Marcellino, dei gesuiti che lavorano a Genova dal '45 e hanno sempre assistito i senzatetto, gli indigenti della città. Dopo aver visto il mio film precendente, Il passaggio della linea mi hanno proposto di fare un film nell'area dell'angiporto dove loro operano quotidianamente.
Insieme alla storia dei protagonisti affiorano anche immagini di repertorio del Novecento. Perché questa scelta?
Perché io da forestiero ho raccontato una storia del presente, ma avevo anche il desiderio e l'ambizione di raccontare il passato di questa città così affascinante. L'ho fatto attraverso i repertori realizzati dai genovesi. Tutta la "genovesità" del film si trova all'interno di questi materiali di repertorio.
Che cosa voleva raccontare di quel passato?
Volevo portare una riflessione sulla città e sul cambiamento che ha subito. Genova è una città che ha perduto il tessuto sociale, come tutte le città di mare. Era una città dove arrivavano le navi, c'era gente, era una grande porto e oggi non lo è più, era un città industriale e ora non lo è più.
Lei non è di Genova, viene da Napoli, che cosa l'ha colpita da forestiero di Genova?
Forse a differenza di Napoli a Genova si avverte di più la presenza del mare, perché è una città cresciuta sul mare.
Del suo film è stato detto che non è un documentario, né fiction, né reportage né melodramma, è altro cinema. Vuol provare lei a definirlo?
Io non faccio nessuna differenza tra il documentario e il film di finzione, amo il documentario perché, basandosi sull'imprevisto, ti permette di farti le ossa e poi ti fa guardare la realtà più da vicino.
Prossimi progetti?
Sicuramente proverò a fare altre cose, forse un film di finzione.